Dove sono gli architetti

Gli eventi climatici avversi delle ultime settimane in Italia, con le disastrose conseguenze che hanno causato nei centri urbani italiani, hanno acceso un vivace dibattito, come spesso accade in questi casi, su come si possano e si debbano fronteggiare questo tipo di emergenze e su quale possano essere le strategie per evitare che in futuro problematicità di questo tipo abbiano un impatto tanto devastante.

Per almeno due – tre giorni, tanto durano i dibattiti nel nostro Paese prima di cadere nell’oblio, i maggiori quotidiani e numerose trasmissioni televisive hanno cercato di affrontare il tema del dissesto idrogeologico e delle conseguenze sociali ed economiche che una scarsa attenzione al tema del paesaggio, inteso in senso sistemico, porta.

Naturalmente questo tipo di dibattito pubblico, soprattutto in televisione, poche volte cerca di approfondire le ragioni profonde di questi eventi, limitandosi, per lo più ad un’analisi superficiale dei fatti alla ricerca di eventuali responsabilità e di eventuali colpevoli, che, chiaramente, non possono essere identificati in una singola entità o istituzione.

Si è parlato, in modo abbastanza generico a dire il vero, di scarsa qualità edilizia e di eccessiva cementificazione: tutti argomenti sui quali chi esercita la nostra professione è, in genere, piuttosto ferrato.

Sorprendentemente, però, in questo tipo di dibattito, sono sempre assenti sia quelle figure tecniche che si occupano della salvaguardia e della manutenzione dei sistemi di gestione del territorio, sia coloro che per professione si occupano della ricerca e dello studio del paesaggio. Per farla breve sono stati assenti proprio gli architetti.

Attualmente, infatti, sporadicamente gli architetti riescono a partecipare incisivamente al dibattito culturale e politico del Paese e questo risulta particolarmente evidente quando si affrontano le tematiche relative alla città e al suo rapporto con il territorio.

L’esperienza di Stefano Boeri all’assessorato alla cultura del comune di Milano avrebbe potuto negare la mia precedente affermazione, tuttavia, il suo epilogo ne da conferma.

Le ragioni dell’uscita del mondo dell’architettura e dei suoi interpreti dal dibattito culturale italiano su quei temi che più da vicino li riguardano sono difficili da spiegare; se, da un lato è vero che si continua a discutere di città e territorio sulle numerose pubblicazioni di settore e nei contesti specialistici più aperti al dibattito intellettuale, come per esempio la Biennale di Venezia, è purtroppo altrettanto vero che nei contesti di dibattito culturale più generici non ci siamo; la figura dell’architetto non viene considerata interessante ai fini della ricerca su come possa svilupparsi, in Italia, la città del futuro.

Pare, piuttosto, che l’architetto venga considerato un colto creatore di frammenti urbani, ideatore, magari, di eccellenze che rimangono, però, oggetti isolati all’interno delle città, non costituendo un tessuto e non riuscendo, quindi ad interagire tra di loro e, se non talvolta in modo morfologico, con la preesistenza.

Non si può negare che la logica secondo la quale il contesto urbano italiano si è accresciuto soprattutto negli ultimi negli anni propone, il più delle volte, la giustapposizione di diversi modelli insediativi i quali quasi mai formano sistema in una logica di sviluppo organico e funzionale. In questo senso il ruolo dell’architetto è quasi sempre sminuito, limitato com’è al singolo intervento episodico, incapace di ricercare quell’organicità non perseguita al momento della pianificazione generale.

Come può allora l’architettura riprendersi il ruolo che le compete nel contesto culturale italiano? Come può riuscire ad incidere in maniera determinante in quei processi decisionali che regolano i modi e le regole del nostro vivere comune?

Dare risposte efficaci a queste domande risulta decisamente difficile, tanto più che il dibattito intellettuale italiano non pare vivere il suo momento migliore non solo per quanto concerne l’architettura ma in senso generale. Pochi, infatti, negli ultimi anni si sono preoccupati di creare dei possibili paradigmi per il futuro del nostro paese e quei pochi che si sono cimentati in questo difficile compito non sempre sono riusciti ad affrontare il tema con la necessaria visione d’insieme. Non si capisce, infatti, che tipo di sviluppo, o d’inviluppo, l’Italia immagina nell’immediato, tanto a livello economico quanto a livello sociale e culturale e questa indecisione pone seri limiti alla programmazione di tutte le sub attività del Paese.

Finite, infatti, le grandi stagioni di modernizzazione del paese attraverso ingenti investimenti di capitali da parte del settore pubblico nelle infrastrutture produttive e direzionali e falliti i tentativi di gestione mista pubblico-privato delle risorse e del lavoro, il Paese si è trovato senza una chiara definizione delle strategie economiche.

Nel territorio questa incertezza si è resa evidente soprattutto durante questi ultimi anni di forte calo della domanda aggregata. Il modello della piccola media impresa italiana, infatti, fonte di sviluppo durante gli anni ’80, non è riuscito a fronteggiare l’avanzata dei colossi industriali dei paesi in crescita, ed è, così, entrato in una crisi profonda. I numerosissimi capannoni abbandonati nell’hinterland delle nostre città sono testimoni di questo fallimento e di questa incapacità di fronteggiare le nuove sfide conseguenti alla mutata situazione geo-economica.

E’ possibile che l’arretratezza infrastrutturale e le disfunzioni del nostro territorio abbia aggravato il processo di degrado del nostro sistema produttivo accelerandone la crisi? Analizzando le logiche costitutive della città del periodo di sviluppo industriale, si nota come per fronteggiare la forte domanda abitativa dei nuovi lavoratori trasferitosi dalle campagne, gli operatori pubblici, abbiano inventato nuovi strumenti di trasformazione territoriale che consentirono in breve l’edificazione d’interi quartieri e la relativa gestione dei servizi necessari. La costituzione di un sistema infrastrutturale all’avanguardia favorì lo sviluppo e il clima di euforia generale finì per investire lo stesso settore privato che in questo contesto funse da ulteriore motore di traino. L’esperimento di Luigi Cosenza per Olivetti a Pozzuoli, in collaborazione con Ina-Casa è un chiaro esempio di questo tipo di atteggiamento.

Successivamente, al contrario, a partire dagli anni ’80 si è sviluppato un tipo di pianificazione e d’intervento sul territorio da un lato, meno legato ad una visione di sviluppo organica, dall’altro meno interessato alle logiche sociali del tema del territorio.

In questo panorama rimpicciolitesi le logiche d’insediamento e produzione, orfane di una visione globale d’insieme, hanno rinunciato a perseguire la ricerca di quelle interrelazioni che avrebbero contribuito a rendere sostenibile l’intero sistema.

La ripetizione ossessiva di modelli d’insediamento a scala minima, siano questi la villetta unifamiliare o il capannone industriale, sono la logica conseguenza di questa perdita di visione complessiva, ma sono, purtroppo, anche la causa dell’enorme consumo di suolo di questi anni i cui esiti nefasti si stanno evidenziando in maniera così drammatica. A questo, inoltre, va aggiunto il progressivo disinteresse delle varie amministrazioni verso il mantenimento dei precedenti sistemi d’insediamento, leggi periferie urbane, con conseguenze sociali non difficili da prevedere, l’abbandono dei siti storici di produzione industriale all’interno del perimetro urbano e l’invecchiamento della rete infrastrutturale.

Se l’analisi è corretta, il ruolo che si potrebbe trovare ad interpretare l’architetto nell’Italia del XXI secolo per la creazione di nuovi modelli di gestione del territorio potrebbe essere determinante. Si tratterebbe, in sostanza, di dare voce e organizzazione organica a tutte quelle numerosissime richieste di rinnovamento che, seppur in modo frammentario sono presenti e attive sul territorio nazionale. Riuscire a portare il dibattito laddove possono essere prese quelle decisioni che portino ad un cambio repentino del paradigma, sfruttando l’occasione che le nuove tecnologie mettono a disposizione e riuscendo a coinvolgere tutti coloro che vogliano essere parte attiva nel processo di definizione dei nuovi obiettivi.

E’ in atto, infatti, un cambiamento radicale dei sistemi di produzione industriali, una rivoluzione che probabilmente marginalizzerà chi non sarà in grado di adeguarsi repentinamente al nuovo sistema, una rivoluzione che modificherà le esigenze e le necessità di sviluppo del territorio, una rivoluzione che apre enormi spiragli alla possibilità di cambiamento e rinnovamento di un sistema che ha mostrato tutti i suoi limiti.

Compito dell’architettura italiana sarà farsi trovare pronta, capace di cavalcare quest’onda di rinnovamento senza esserne travolta, riuscendo ad assumersi il ruolo che le compete e reinterpretando quel desiderio di futuro e sviluppo che possa favorire un processo di nuova modernizzazione del Paese rendendo l’Italia nuovamente un posto in cui non solo valga la pena vivere ma che renda le persone felici di questo. 

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